Maggio 2018 – 30 anni di AITF – Testimonianza di Valentina Monidno

Ogni trapiantato, ogni giorno, ricorda colui che gli ha ridato la linfa della vita.

Il cinque maggio 2018 è stata anche la giornata del ringraziamento alle loro famiglie.

Un compito arduo è stato affidato a Valentina: quello di ricordare il peggior momento della sua vita ed il pur labile sollievo nel sapere che da un gesto d’amore potevano scaturire nuove vite.
Lei lo ha fatto, con commozione e sentimento, e tutta la platea, con gli occhi lucidi, le ha tributato una interminabile ovazione; mentre Anita, tenendo per mano due bimbe, tutte e tre trapiantate di fegato, le offriva un simbolico mazzo di fiori.

Grazie Vale e con te a tutte le famiglie dei donatori.

Riportiamo i brani salienti dell’intervento.


Ho riflettuto molto su quali fossero le cose da dire, il modo in cui dirle e poi mi sono detta che c’erano delle cose che avrei voluto trasmettere a voi e all’auditorium di medici qui presenti.

Sono dell’idea che le emozioni siano personali, e non sarebbe facile, forse neanche necessario, esprimerle.

Di quel giorno ho molti ricordi e nessun ricordo.
Ricordo il trambusto, l’affannarsi dei medici del pronto soccorso e i loro sguardi preoccupati che incrociavano i nostri paralizzati dall’angoscia. Ricordo la paralisi ed il silenzio immobile di una sala d’attesa. Ricordo le preghiere, ricordo le lacrime. Ricordo il freddo, la camminata della dottoressa che ci invitava a seguirla nel suo ufficio, i fazzoletti di carta e i bicchieri pieni di acqua per noi sulla scrivania. Ricordo la pacatezza e la serietà che trasparivano dalla sua persona. La sicurezza e chiarezza nelle sue parole. Il tono fermo, ma dolce e dispiaciuto con cui ci ha detto «Andrea non c’è l’ha fatta, è morto.»
La chiarezza con cui ci ha spiegato che c’era la possibilità, se lo volevamo, di donare gli organi di Andrea, ma ancora di più il senso di sconfitta che abbiamo colto nel suo volto. La stessa nostra sconfitta.
Ricordo che ha saputo accogliere i miei genitori nel silenzio, e ricordo che non ci ha mai trasmesso fretta, anche se oggi so che ne aveva, eccome.
Ricordo anche che ci ha spiegato che Andrea avrebbe potuto salvare molte persone che erano in attesa di un organo, con chiarezza e fermezza. Senza obbligo, senza forzatura, con estremo rispetto per noi.

Sapevamo di avere poco tempo, sei ore, per decidere se dare il consenso al prelievo degli organi oppure dire di no, ma sapevamo anche che Andrea era morto davvero, anche se continuavamo a vederlo respirare e sentivamo il suo cuore battere. E sapevamo anche che non eravamo in un film o telefilm americano dove tutto cambia perché è tutto falsato e i miracoli accadono.

Andrea amava vivere, amava la montagna e le camminate di lunghe ore fino al rifugio successivo, sapevamo che lui amava la libertà, amava il vento e soprattutto sapevamo che era generoso. Si fermava ad accarezzare ogni gattino o cane che incontrava, sapevamo che se gli amici avevano bisogno di lui, lui era pronto a ridere e sdrammatizzare ogni cosa.

Con Andrea non avevamo mai parlato di morte, così, anche se non sapevamo cosa fare, dentro di noi volevamo vincere la morte. Non so se è stata la fede dei miei genitori, la mia conoscenza, dato che ai tempi avevo da poco sostenuto l’esame di neurologia all’università e sapevo che morte celebrale era morte davvero, non so se è stato pensare di poter essere di aiuto a qualcuno, ma di fatto la nostra scelta è stata di dire “SI ALLA VITA”.

Da quel giorno abbiamo trovato un po’ di sollievo nel credere che la vita è più forte della morte, i miei genitori ancora oggi faticano a parlarne.

Andrea continua a camminare in montagna, ad andare in moto e a giocare a calcio, forse ora da qualche parte osserva l’aurora boreale, o osserva un safari in Africa, visto il suo amore per la natura e gli animali. Lo sento vivo nei trapiantati che conosco, non so a chi sono andati i suoi organi, ma so anche che non voglio saperlo. E so che anche oggi è qui a guidare i miei passi e questo mi riempie di gratitudine.

Il fatto di poterne parlare, di poter ricordare lui con voi, lo rende per me vivo ed un esempio. Per questo ho accettato di fare la mia parte donando a voi una parte di me di cui solitamente non amo parlare molto. Credo sia importante sapere che donare è un atto d’amore, ma credo sia utile, per i medici qua presenti che lavorano nel prelievo organi, avere la testimonianza di chi l’ha vissuto. Credo sia importante per i trapiantati ricordare che senza il dono di chi ha sofferto non ci sarebbe un vivere ed imparare a godere meglio di ogni attimo donato dalla vita, senza prenderla troppo sul serio. Ma realizzandone la gratitudine nelle azioni quotidiane… e per questo anche io come famigliare di donatore ringrazio il prof. Salizzoni e tutti i medici qui presenti che si impegnano a far sì che dopo il dono ci sia la possibilità di realizzare per altri il proseguo della loro vita.

Valentina.